sabato 5 aprile 2008

Capitolo II

Tre alberi immensi erano il fulcro della cittadina di Sirnimion, liane e ponti di legno congiungevano i rami, e l’abilità degli elfi a costruire in sintonia con la natura era tale che nessun ramo era spezzato, ma indirizzato nella crescita secondo il loro volere.
Numerosi archi di legno intrecciato e decorato con mithril, fiori e frutta abbellivano la città. La milizia cittadina era sempre all’erta, e la vita trascorreva tranquillamente.
Sojo era uno straniero a Sirnimion, non passava di certo inosservato a causa dei suoi occhi a mandorla e delle strane vesti che portava. Era un chierico di Boccob, il dio della Sapienza e della Magia, era partito da Mansh-Liung, la sua città natale, per accrescere il suo sapere. Durante il suo viaggio si era aggregato già a tre carovane come guaritore, ed era solito fermarsi solo nelle città che possedevano uno o più templi dedicati al suo dio.
Sirnimion possedeva un grande numero di maghi e devoti a Boccob, per questo egli l’aveva scelta come meta per la sua sosta. La quinta decade della seconda primavera si avvicinava e con essa la festa della magia per la quale i chierici usavano donare ai bambini, finti oggetti magici da rompere.
Tale rito rappresentava la capacità degli elfi di vivere anche solo grazie alle proprie forze, e quindi ricordava al popolo dei boschi che la magia, seppur meravigliosa, era superflua.
Come ogni sera nel tempio si celebravano i gheroi, le preghiere serali. Sojo sedeva tra i fedeli, non celebrava se non era nel suo tempio di Mansh. Centinaia di pendoli di cristallo scendevano dal soffitto riflettendo la luce delle finestre che venivano oscurate quando non si pregava. Il canto dei fedeli intonava pura gioia, mentre i maghi sacerdoti effettuavano i loro giochi di luce.
Finito il rituale i fedeli uscivano rumorosamente, i chierici erano nella sacrestia dove ci si spogliava delle vesti rituali per quelle abituali, le luci erano state occluse. Nessuno era rimasto nella sala di preghiera eccetto Sojo, che notò una figura avvicinarsi furtivamente all’otre dove erano state messe le offerte.
-Cosa fai? Quel denaro non è tuo!- gli gridò il chierico dell’est. Un giovane elfo si girò, aveva la carnagione abbronzata come gli elfi del deserto, tuttavia i suoi capelli erano biondi e i suoi occhi azzurri, caratteri ereditati probabilmente dall’incrocio di due razze elfiche.
-Ma… veramente… Io… stavo facendo la mia offerta.- si difese.
-Certo, e allora perché lo fai nascondendoti nell’ombra?- insistette Sojo.
-Non è vero…- replicò, ma la frase venne interrotta da una voce profonda che proveniva dall’entrata: -Questi due sembrano adatti…- I due elfi si girarono e videro una persona alta quasi due metri, avvolta in una cappa nera, agitare la mano coperta da un guanto scuro. Pronunciava parole in una lingua sconosciuta, parole lente che divenivano veloci, si insinuavano nella loro testa, scivolavano tra i pensieri rendendo il corpo pesante, sempre più pesante, fin quando le menti non cedettero e si abbandonarono a quella cantilena e, privi di sensi, caddero sul pavimento.

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